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Intervista a Benedetto Mosca

Scritto da il 15 settembre 2011 in In Rilievo, Interviste - 543 letture
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Nella giornata inaugurale di OR pubblichiamo con orgoglio l’intervista a Benedetto Mosca, docente del corso.

Benedetto Mosca, che nello scorso marzo ha festeggiato i 50 anni di iscrizione all’Ordine dei Giornalisti, è stato direttore di diversi settimanali fra cui Novella 2000, Anna (al tempo Annabella), Amica, La Domenica del Corriere. Ha diretto anche quotidiani come Il Corriere d’Informazione e il Corriere degli Italiani a Buenos Aires. In Argentina è stato direttore editoriale della Rizzoli, che produceva 27 testate in lingua spagnola e portoghese (per il Brasile). Ha quindi diretto le Grandi Opere Rizzoli e, a Roma, la ERI periodici e libri. E’ stato assistente dell’editore Peruzzo, per il quale ha fondato alcuni periodici fra cui Supergol, diretto dal fratello Maurizio Mosca. Attualmente si occupa di giornali e editoria con la sua società Edidea.

Davanti ad un gigante del fotogiornalismo italiano un minimo di soggezione è inevitabile… dopo un’ora abbondante di confronto scopriremo invece una persona serena, disponibile, concentrata e preparata sul proprio lavoro. E perfettamente “sul pezzo”…

Come è cambiato il fotogiornalismo negli anni?

Il moltiplicarsi delle fonti d’informazione avvenuto a partire dagli anni Sessanta/Settanta (televisione, Internet, ecc…) ha portato con sé anche il moltiplicarsi del materiale iconografico. Fotografie e filmati provenienti da tutto il mondo hanno “rifornito” tutti i giornali di quella documentazione che in precedenza ciascuno, nella misura in cui glielo permettevano i suoi mezzi, si procurava. Questo ha fatto sì che oggi siano pochi i giornali che offrono ai lettori fotografie e documenti esclusivi. Poiché tuttavia i giornali vengono venduti in ragione delle notizie e delle foto esclusive che contengono, il fotogiornalismo continua ad avere grande importanza. C’è una nuova forma di fotogiornalismo che in alcune pubblicazioni già è visibile e che punta su servizi particolari, appositamente realizzati dal giornale che cerca così di distinguersi dai suoi concorrenti.

E ora che futuro vede per chi racconta le notizie per immagini?

Un futuro non facile ma ricco di nuove possibilità. L’importante è partire fin dall’inizio con l’idea chiara di che cosa si vuole ottenere, in modo da non disperdersi in imprese faticose ed inutili per magari portare a casa quello che agenzie e Web già offrono. Inoltre è utile che, oltre alle fotografie, si facciano buoni (anche se non necessariamente lunghi) filmati. Quasi tutti i giornali, ormai, hanno un sito in cui le immagini in movimento sono molto importanti in quanto richiamano contatti sul sito stesso che raccoglie pubblicità solo se molto visto.

Cosa ne pensa dei nuovi media? Il web davvero soppianterà la carta stampata?

Nel 2010, negli Stati Uniti, hanno chiuso più di 300 giornali, tra grandi e piccoli, tra nazionali e locali. In Europa, nello stesso periodo, hanno chiuso 100 giornali. In Italia nessuno, perché il nostro mercato dell’informazione continua ad avere caratteristiche molto particolari. La previsione logica è che si vada (anche in Italia) verso una riduzione della carta stampata, ma che da noi il fenomeno sia più lento che altrove. Si può stimare in 3-4 anni questo particolare tipo di “resistenza”, ma oltre sarà difficile che si vada con i giornali strutturati come oggi. La strada da seguire è perciò duplice: rinnovare la carta stampata e, al tempo stesso, affiancarla con i nuovi tipi d’informazione offerti dal web. A questo scopo, fin da adesso, giornalisti e operatori del settore devono abituarsi a lavorare per i due tipi di comunicazione. Molto presto, del resto, le resistenze sindacali che impediscono a questo di avvenire non esisteranno più.

Conta di più la preparazione fotografica o il “fiuto per le notizie” per eccellere in questo campo (fotogiornalismo) ?

La preparazione è indispensabile e non devono ingannare né destare illusioni i casi in cui anche persone non preparate vedono pubblicati loro lavori. Si tratta infatti di episodi sui quali non è possibile contare. Anche il “fiuto per le notizie” è indispensabile. Si può dire addirittura che la sua importanza cresca di giorno in giorno. Una dimostrazione recente è costituita dai vari servizi pubblicati in questi giorni sulla Libia. I più interessanti sono quelli in cui il cronista o l’inviato danno prova di “fiuto per le notizie” individuando non solo le più importanti prima degli altri, ma accrescendo l’appeal dei loro servizi arricchendoli con notizie su persone e fatti su cui ancora non si sono accesi i riflettori dei grandi media. Un esempio concreto: interessa più la storia particolareggiata di un ribelle libico, o di una madre con i suoi figli e le foto ben scelte, che non un generico panorama (magari con foto bellissime) dei guasti provocati dai bombardamenti degli alleati.

E veniamo a noi… cosa può insegnare una scuola o un corso a chi cerca di lavorare nel fotogiornalismo?

Soprattutto a lavorare in modo finalizzato alla presentazione di servizi appetibili per i mezzi d’informazione. Questo significa: 1) individuare il soggetto da trattare fra i molti che l’attualità propone. 2) vedere fin dall’inizio il servizio in funzione del mezzo su cui si spera di pubblicarlo. Questo vuol dire tenere conto del formato del mezzo stesso, del suo tipo di stampa, della sua carta, soprattutto della sua grafica in modo da proporre immagini compatibili con quanto detto. 3) selezionare le foto realizzate in modo da consegnarne un numero limitato (da 15 a 25 massimo) che non disorienti o metta in difficoltà chi deve sceglierle per la pubblicazione. 4) simulare l’impaginazione del servizio che si vuole proporre, in modo da avere una sintetica visione complessiva dello stesso che possa anche essere proposta all’acquirente. Questa simulazione va fatta inizialmente con l’aiuto di un esperto, e poi di volta in volta ripetuta da soli.

Ricorda qualche episodio particolare che possa orientare chi vuole dedicarsi ai servizi fotogiornalistici?

Più che un episodio, penso sia utile ricordare il modo con cui occorre preparare e prepararsi in vista di un servizio fotogiornalistico. Questo modo si riassume in una parola: documentarsi. Per esempio, prima di proporre o di eseguire per proprio conto un servizio su un qualunque avvenimento di attualità (terremoto dell’Aquila, il concerto di Nek agli Arcimboldi di Milano, la fioritura dei mandorli in Giappone o in Sicilia), occorre documentarsi su quanto è stato già fatto. Al proposito internet può essere molto utile. Una volta visto quello che è stato già fatto, bisogna sceglierne il meglio e riproporlo (se possibile) in modo originale. Nel caso non sia possibile, riproporlo tale e quale in omaggio a quello che i vecchi direttori di settimanali dicevano: «Non c’è nulla di più inedito del già edito».

Un’altra via, migliore in parecchi casi, per proporre servizi di attualità, è quella di elaborare – una volta acquisita la documentazione sopra descritta – una sequenza originale di immagini che racconti una storia isolata fra le molte comprese nell’avvenimento. Questa scelta corrisponde a una «zoomata» sul soggetto che si vuole trattare. Si porta cioè in primo piano una parte, anche piccola ma rappresentativa, del tutto.

Anni fa, per ottenere questo effetto, si partiva (facciamo l’esempio di un terremoto) con le macchine fotografiche e una bambola da collocare in primo piano sulle macerie nel caso la realtà non fosse abbastanza impattante e suggestiva. Ancora oggi questa tecnica è piuttosto seguita. Non è da condannare del tutto ma deve fornire solo una parte dell’emozione, nel senso che occorre documentare il fatto in modo più ricco. Questo vuol dire unire bambola e verità: esempio, primissimo piano bambola e bambini sullo sfondo.

C’è qualche fotografo che vuole ricordare in particolare?

Per la moda, Willy Rizzo (l’ex marito della Martinelli) e Marco Glaviano. Il primo dava una visione aristocratica dell’eleganza, facendo posare la moglie o altre icone degli anni Sessanta e Settanta, tipo Twiggy o Marisa Berenson. Prima di fotografarle, pregava le sue modelle di raccontargli esperienze e desideri, in modo da conoscerle meglio e poter pronunciare, al momento degli scatti più importanti, parole-chiave in grado di emozionarle o semplicemente di ravvivare la loro concentrazione. Sembra un “trucco” da poco, ma in realtà l’effetto che suscita è notevole.

Marco Glaviano, perfezionista assoluto, ha fatto molta strada aggiornandosi continuamente sulle novità anche minime della moda in tutto il mondo. Poteva così (e può tuttora) proporre fotografie di grande interesse che fanno tendenza.

Il terzo fotografo che voglio ricordare è Dante Vacchi, reporter e anche giornalista (pur non scrivendo mai) di grandissimo valore. Aveva cominciato fotografando le donne africane negli anni Cinquanta, per proseguire poi con servizi di ricerca e attualità in Europa e in Italia. Anche lui seguiva la regola ferrea del “documentarsi prima”. Lo faceva sempre, spesso sorprendendo i direttori o i responsabili dei giornali con le sue proposte. Un esempio. Era annunciata l’uscita di un film, l’ennesimo, su Dracula e i vampiri. Lui si documentò con estrema cura, fino a compiere un breve viaggio in Romania. Quando propose il servizio, i motivi di interesse erano tanti che ebbe subito l’incarico di eseguirlo. Arrivò, fra l’altro, a fotografare il protagonista di un celebre film sui vampiri in modo da potere accostare le sue immagini a quelle che avrebbe poi eseguito in Transilvania, la patria di Dracula.

Vacchi eseguiva anche illustrazioni “a tema”, come la famosa donna crocifissa che l’Espresso mise in copertina al tempo del dibattito sulla legge sull’aborto.